L'architettrice, di Melania Mazzucco - recensione
È un romanzo storico, in forma di autobiografia, che ruota intorno agli oggetti e allo stimolo prezioso che ne deriva.
Si tratta di oggetti chimerici, frammentari, generalmente antichi o fuori contesto, che esercitano un'attrazione per la loro forma, provenienza o per la funzione che hanno perso: un dente di balena, un ciondolo di ossidiana o un palazzo antico distrutto dalle cannonate.
All'attrazione degli oggetti arcani e fuori posto ci hanno abituato le avanguardie storiche del ‘900, da De Chirico a Duchamp. Il reperto archeologico o il prodotto di uso comune acquistano un aspetto e un fascino nuovi.
È lo stesso mistero dell’ object trouvée: sono gli oggetti a conservare i ricordi, e da quelli partiamo per cercare di ricostruire una storia.
Questo romanzo ci parla dei ricordi e dell'arte in generale: di quella contemporanea più ancora di quella antica, barocca, trattata nel romanzo. Perché l'arte di oggi è spesso un sostituto della persona, ed esiste in sua vece. Come gli ottanta chili di caramelle che Felix Gonzalez-Torres, nel 1991, riversa in una sala di museo, in sostituzione del suo compagno appena morto, invitando i passanti ad attingere dal cumulo.
L'arte non tramanda più l'eterno ma una singola esistenza. È la stessa cosa per le bustine di zucchero del progetto Base di Francesco Arena del 2020: una serie di bustine di zucchero il cui contenuto è utilizzato solo per metà dall’artista durante il suo quotidiano consumo di caffè. Il manufatto sostituisce la persona, l'oggetto parla al suo posto.
Il palazzo che ricorda la forma di un vascello è uno degli elementi attorno a cui si sviluppa il romanzo. Anche in questo caso ci troviamo immersi in salti temporali di duecento anni, sempre a ricercare la storia e ad immaginare il passato.























